Intervista a Francesco Passantino di SWE Palermo

di Alessandro Scuderi

È passata una settimana dallo Startup Weekend Palermo. L’edizione, incentrata sul turismo, ha avuto la particolarità di svolgersi in contemporanea e accanto ad un grande salone sullo stesso tema, in modo che le startup appena costituite potessero andare (fisicamente) sul mercato.

Abbiamo intervistato Francesco Passantino, organizzatore di SWE Palermo, per chiedergli di fare un bilancio sull’evento.

Uno startup Weekend tematico all’interno di una fiera tematica. È la ricetta
per il futuro?

È stato un esperimento, offrire ai partecipanti la possibilità di potersi confrontare con il mercato di riferimento, per un settore trainante dell’economia locale, che si identifica in eventi verticali come la Borsa Internazionale del Turismo “TravelExpo”. La possibilità di confrontarsi con mentor e giurati del settore specifico, di confrontarsi con grandi imprese nazionali ed internazionali, di validare i modelli, di ricevere proposte di collaborazione ed offerte di lavoro in tempo reale. Superata la fase generalista e trasversale dell’Information Techonology, può essere utile concentrare gli sforzi su questo ed altri ambiti verticali (ad esempio food, design, fashion, automotive, …), alternandoli all’edizione tradizionale.

Parlaci delle startup, hai individuato un fil rouge che le unisce, una
tendenza particolare?

Quasi tutte le idee puntavano sul miglioramento e sulla semplificazione dell’esperienza del turista, seguendolo nei diversi momenti del ciclo di vita del viaggio. Dalla scelta della destinazione, alla configurazione del viaggio, allo storytelling della vacanza. Sfruttando leve classiche dell’innovazione quali la disintermediazione, l’aggregazione di informazioni, il crowdsourcing, i big data, eccetera.

Raccontaci le prime tre classificate, come e perché le avete scelte?

La giuria non ha avuto dubbi nell’assegnare il primato a Bookingbility, che è stata immediatamente scelta come progetto vincente della manifestazione, per il tema sociale affrontato, la completezza della presentazione, la ricchezza nei contenuti, la qualità del design, l’analisi del prototipo, un primo modello di business e la grinta del team. A seguire un piccolo spareggio per il secondo e terzo posto; ha prevalso il modello innovativo di analisi e rendering delle proposte turistiche proposto da TRAVEL TWEET (progetto scalabile e tecnicamente affascinante), rispetto al classico modello delle web series proposto da UNDISCOVERED ITALY.

swe palermo

Il turismo è un mercato difficile per via di una legislazione sempre meno
chiara. In più le startup hanno un ulteriore handicap: in Sicilia la
stragrande maggioranza di progetti è in ambito turistico. Vale comunque la
pena? Perché?

Tutti i progetti proposti durante una Startup Weekend partono dall’analisi di un problema a cui si desidera trovare una soluzione.
Il weekend passa specificando un modello di business, realizzando un prototipo e validando le ipotesi. Appare naturale cercare soluzioni per un mercato ricco, che per espandersi ed innovare necessita di nuovi modelli informativi, di organizzazione dei contenuti e di proposizione delle destinazioni. L’esplorazione delle nicchie e la progettazione di nuove forme d’interazione a supporto del “turista come media” offrono ancora molti spunti per la creazione di progetti imprenditoriali innovativi, nel rispetto delle norme.

Con tutte le difficoltà culturali e di infrastrutture che respingono e
deludono il turista, cosa può fare il movimento startup per rendere la
nostra isola non più solo invitante, ma anche accogliente?

Ciceroos, Musement, Travel Appeal, Viaggiart e Wanderio sono citate spesso come casi di eccellenza nel panorama startup nazionale per lo specifico settore del turismo. Sicuramente potranno migliorare l’esperienza, organizzarla e pianificarla. Senza contare il lavoro svolto dai colossi con le piattaforme di intermediazione (Uber e Airbnb) e di aggregazione e validazione (Tripadivsor e Booking). Ovviamente anche le destinazioni devo fare la loro parte, migliorando i servizi, offrendo informazioni e difendendo la reputation.

Ripeterete l’esperimento? Può diventare un incontro tematico specifico
quello sul turismo?

Per qualsiasi attività misuriamo l’impatto, il ritorno sull’investimento, l’efficacia dell’azione. Sinora abbiamo un tasso di soddisfazione del 95%, vedremo con questa edizione se il valore salirà ulteriormente. L’obiettivo non è solo quello di veder nascere nuove startup, sarebbe da miopi pensarlo. Serve far crescere la competenza del territorio, le forme di aggregazione tra le persone in imprese, ad aumentare l’occupazione. A far circolare il capitale umano.

Alla luce dell’esperienza di questo Startup Weekend, che futuro vedi per l’ecosistema palermitano?

L’obiettivo di Palermo Startup Weekend (iniziativa realizzata da volontari a titolo gratuito), non è soltanto quello dell’esecuzione dell’evento, ma in generale anche quello di far interagire i diversi convenuti (mentor, sponsor, partner, il mercato di riferimento nell’ultima edizione, …) in modo che possano nascere progetti condivisi, assegnando alla manifestazione il ruolo di piattaforma aperta, che valida l’ingresso dei vari attori coinvolti basandosi sull’esperienza, sui risultati, sull’etica e sul trust di ciascuno. In tre edizioni abbiamo ampliato il network includendo le migliori realtà locali. Per consolidare questi risultati attendiamo l’attivazione di una serie di spazi di condivisione e l’ingresso nell’ecosistema di un pool di investitori. Stiamo lavorando ad entrambi gli aspetti, e contiamo di dotarci a breve di questi due strumenti fondamentali per l’evoluzione del sistema.

Intervista a Michele D’Aliessi

di Alessandro Scuderi

Oggi alle 19 avremo il piacere di ospitare Michele D’Aliessi, co-founder del progetto “Ympact – Startups In Action”, in occasione del primo appuntamento con il nuovo format dell’associazione YoutHub Stories. L’iniziativa, su scala europea, è finalizzata ad informare i giovani sulla vita degli imprenditori per motivarli a trasformare le proprie idee in prodotti ed aziende di successo. Il documentario è stato girato in 6 città – Helsinki, Londra, Parigi, Berlino, Barcellona e Milano – e racconta l’esperienza concreta di imprenditori e investitori: una storia fatta di sfide, successi e fallimenti da cui è possibile apprendere ciò che i libri non riescono ad insegnare.
Per l’occasione abbiamo avuto il piacere di parlare con Michele dei suoi obiettivi e di cosa ha scoperto durante questo lungo tour.

 

– Ciao Michele, raccontaci del tuo progetto. Com’è nato?

Qualche anno fa ho deciso di visitare la Silicon Valley per andare a studiare le startup ed i loro modelli di business, ma una volta lì ho capito che la componente essenziale della cultura startup americana è altro.

Ho notato infatti come a fare la differenza siano il comportamento e l’atteggiamento dell’imprenditore nel relazionarsi con gli altri e nel reagire alle opportunità ed ai propri errori. Sono partito per studiare i modelli economici e manageriali. Tuttavia l’importanza che gioca il comportamento mi ha spiazzato.

Per questo ho scelto il video come veicolo, perché è il modo migliore per trasmettere il comportamento e la componente emotiva degli imprenditori di successo.

– Come hai scelto gli ecosistemi da raccontare?

Volevamo studiare alcuni ecosistemi già consolidati (Londra e Parigi), alcuni in forte crescita (Berlino ed Helsinki) e alcuni che cominciano a farsi notare (Barcellona e Milano).

Per noi era interessante intervistare gli imprenditori insieme a tutto l’ecosistema che vi ruota intorno per ottenere un quadro completo della scena startup europea.

– Possiamo dire che il progetto è nato per far vedere all’europeo come lo vede l’americano?

No, è nato per far vedere l’Europa agli europei. È questo che ci penalizza, noi europei non sappiamo cosa succede al di fuori dei nostri confini nazionali: a Londra non si sa cosa succede a Parigi, a Milano non si sa ad esempio che oggi Helsinki è la città migliore dove sviluppare tecnologie mobile-gaming o che Berlino sarà presto una miniera per chi si dedica a progetti sulle smart cities. Se si vuole fare startup in Europa, è bene sapere cosa sta succedendo a poche ore d’aereo di distanza.

Questa confusione è percepita anche negli USA. Pochi vogliono investire in Europa perché non si capisce cosa succede. Diverse lingue, diversi framework legali, diverse economie. E’ davvero difficile orientarsi se non si conosco le logiche di ciascun ecosistema startup.

A mancare è la componente pratica, “terra terra”: i media parlano continuamente delle storie di successo, ma nessuno ti dice chi siano i player migliori in una città, o banalmente con chi parlare appena arrivato o i passi da compiere per iniziare a fare impresa in uno specifico ecosistema, quali siano gli ostacoli, quali i benefici.

– A proposito del nostro paese, come hai visto Milano?

Stiamo perdendo di vista la nostra vocazione. Si punta quasi esclusivamente sul digitale.

È vero che siamo nell’epoca dei big marketplace web, delle piattaforme digitali che non creano contenuti ma che allo stesso tempo ne sono il veicolo quasi esclusivo (si pensi a Facebook, Uber o Airbnb). Ma per quanto sia importante spingere al digitale, dobbiamo ricordarci che siamo il paese della manifattura d’alta qualità, a dispetto della crisi siamo ancora la seconda industria manifatturiera d’Europa. È come se non si capisse che il digitale è un mezzo, non il fine. Abbiamo la tecnologia e il tessuto imprenditoriale per eccellere in questo settore, quello manifatturiero, oltre al marchio del “Made in Italy” riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per portare al successo startup di prodotto fisico, con tecnologie più e meno avanzate, capaci di fare leva sui settori in cui sappiamo essere leader: food, forniture e fashion.

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– E lo fa? 

Non sistematicamente, ed è un peccato, perché sono questi i nostri punti di forza. Non siamo certo riconosciuti e apprezzati per la nostra capacità organizzativa, o il fare sistema, ma se si parla di prodotto, tecnologia, design e attenzione al dettaglio siamo i migliori.

La situazione italiana è difficile, mancano degli enabler fondamentali come un sistema economico, fiscale e legale trasparente e snello. Anche il campanilismo e frammentazione non aiutano. Tutti ancora credono nel miracolo e nei soldi facili. Tutto ciò si traduce in un entusiasmo esagerato al primo micro successo, a cui non segue però una crescita reale. Tutti parlano di volere aiutare le startup, ma poi non comprano il risultato è che c’è la corsa a fare l’advisor ma nessuno vuole fare cliente o il dipendente in primis.

Poi c’è il problema degli investitori. I soldi ci sono, ma non vanno alle startup, e soprattutto non con le logiche necessarie al loro successo. I finanziatori difficilmente ti dicono con chiarezza come stanno le cose, cosa hanno da offrire e cosa vogliono ottenere.

– E fuori? Come ci vedono?

Molti sono convinti che il nostro problema sia la mancanza di trasparenza e una burocrazia ipertrofica. L’investitore estero ha paura di mettere i propri soldi in una srl, se poi per impugnare un contratto è costretto ad avere a che fare con la nebbia del sistema giuridico italiano.

Dall’altro lato gli italiani sono ricercati per capacità, creatività e ingegno. È come se l’essere italiani fosse quel quid in più. Se ci pensiamo, gli imprenditori italiani all’estero riescono sempre a raggiungere un qualche tipo di successo. Paghiamo però il prezzo di un ritardo rispetto agli altri nella conoscenza dell’inglese e nella penetrazione delle tecnologie digitali.

– Qual è quindi l’opinione che abbiamo di noi stessi? Ci vediamo peggio o meglio di quello che realmente siamo?

Probabilmente all’estero ci vedono meglio di come ci vediamo noi.

Spesso tendiamo a concentrarci sui difetti ed a vedere il bicchiere mezzo vuoto, però abbiamo tantissime qualità e abbiamo la capacità di farle fruttare. La verità è che ci piace lamentarci e non ci accorgiamo delle opportunità che abbiamo intorno. Piuttosto che piangerci addosso, dovremmo cominciare a fare. 

Un altro problema sta proprio nell’atteggiamento di cui parlavo prima a proposito della mia esperienza nella Silicon Valley. In Italia ci si focalizza spesso sugli errori che una persona ha fatto, forse per invidia più che per reale spirito critico. Questo crea un clima di sfiducia, sia verso chi osserva che verso chi è bersaglio delle critiche. Gli americani danno una carica incredibile a chi ha successo, anche se minimo. Se in Italia chi fa bene viene additato per i micro errori fatti lungo il percorso, in Silicon Valley si premia che ha fatto qualcosa di utile, anche se non ha cambiato il mondo. E con questa mentalità di spinta reciproca poi va a finire che qualcuno il mondo (o una sua piccola parte) lo cambia davvero. Servono collaborazione e spinta reciproca. Anche tra i profili junior con le loro energie e le loro idee ed i professionisti senior con la loro esperienza e determinazione.

– Tu hai conosciuto tante startup. Ma cosa ci vuole per fare startup?

Principalmente tre cose: un problema, il focus e l’execution.

Tutti hanno il mito dell’idea geniale. In realtà quello che ci vuole è un problema più o meno diffuso che può essere risolto. È il problema, non l’idea, ad essere il punto di partenza.

Serve poi tenere l’attenzione su quel problema e non farsi distrarre dalle mille opportunità che possono sì rendere il business più interessante, ma anche distruggerlo. È decisamente preferibile fare una cosa molto bene che cercare di farne tante in modo mediocre.

Infine, si deve agire. Una volta sviluppato l’MVP lo si porta ai clienti e ci si prepara a ricevere i loro feedback. È importantissimo stabilire il contatto con i clienti il prima possibile: il mercato sono loro, non il proprio mentor, finanziatore o incubatore. Invece la startup italiana tende a concentrarsi sul blog prima ancora di avere un prodotto definito. Non mi fraintendete, il blog e i social media servono, anche come test o feedback iniziale, ma il focus deve restare sul prodotto e sul cliente.

 

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– Possiamo dire che il tuo progetto vuole raccontare come le startup stiano cambiando il concetto stesso di fare impresa, che non è più solo un mezzo di creazione di capitale ma anche agente di cambiamento sociale?

Il documentario Startups in Action nasce dall’esigenza di informare sulla situazione europea, raccontare cosa sta succedendo.

Il progetto però vuole ispirare i giovani a costruirsi il loro futuro. Se ci pensiamo, tutto ciò che ci circonda è stato costruito da qualcuno, e tutti possiamo agire e modificare il nostro presente e il nostro futuro. L’idea che sta alla base di tutto ciò è che noi siamo fautori di ciò che ci circonda e possiamo modellarlo, migliorarlo, anche tramite l’azione imprenditoriale.

Per questo il progetto si è evoluto da semplice documentario in una organizzazione no profit per diffondere la cultura alla base della Silicon Valley nel mondo. 

Rilasceremo presto un nuovo documentario e daremo il via una serie di eventi rivolti agli studenti mirando all’adozione di un approccio imprenditoriale ed alla fiducia nelle proprie capacità. Spero che questo sia solo l’inizio, il giro di prova di un progetto più grande.

L’accesso alla conoscenza dei giovani di oggi era inimmaginabile fino a pochi anni fa. Grazie all’evoluzione tecnologica, le nuove generazioni hanno a disposizione innumerevoli risorse che possono utilizzare per affrontare le grandi sfide che ci si pongono innanzi: energia, cibo, acqua potabile, rifiuti, ambiente, educazione. Il potenziale dei giovani di oggi, combinato all’esperienza dei professionisti, è qualcosa straordinario per produrre l’innovazione di cui abbiamo bisogno.

Avere qualcosa da dire è sempre più importante che aspettare a dire qualcosa - John M Capozzi